RACCONTI ET POESIE

 

VENTO DI MARE

 

 

 

 

anno domine 1380

Batte incessante il vento di mare sul castello che Andrea, infante del Portogallo, si è fatto costruire sull'estremo lembo della terra conosciuta.

Egli è un principe saggio e valoroso. Ha conquistato le terre ai Mori infedeli e grandi cose lo attendono.

Ma egli è infelice, non gli importa delle sue vittorie e delle sue conquiste: a tutto ciò ha voltato le spalle perché solo una cosa gli importava. Sapere cosa ci fosse oltre l'orizzonte, al di là di quel di quell'oceano nero che nessuno osava affrontare. “Mare Mostro” lo chiamava perché il suo colore scuro incuteva timore e rispetto. A questo scopo aveva sacrificato tutto, tempo e ricchezza: nel lento trascorre degli anni sente il suo scopo allontanarsi. L'ansia del sapere batte come l'onda nera sulla costa dell'Algarve.

Attorno a se il principe ha raccolto i più grandi sapienti dell'epoca e non c'è nessuno di essi che non consideri un onore la chiamata.

- Cresques, amico mio, le tue carte sono perfette, ma quando di certezze riempirai gli spazi vuoti su di esse? - chiedeva l'infante

- La scienza è figlia del tempo e della pazienza , e anche tu principe non devi scordarlo – rispondeva il sapiente.

- Lo so amico mio ma il tempo scorre veloce anche per i principi...

Tutti chiedono all'infante: navi gli ammiragli, quercia stagionata i maestri d'ascia, oro, oro gli intendenti...

  • Se vuoi che affrontiamo mari ignoti devi darci navi più forti di quelle che abbiamo...

  • Le avrete, le avrete Signori...avrete quanto chiedete

Ma c'è qualcuno che osserva , qualcuno che ti osserva infante Andrea e nulla chiede.

Il principe ascolta tutte le voci, anche quelle che non siano della scienza, tutto ascolta e come una formica tutto raccoglie per perseverare il suo fine.

- E' un frammento della pianta karmas che l'oceano trasporta dai suoi confini: in essa si formano uova di grandi uccelli misteriosi dai piedi d'oro. La brezza calda fa schiudere le uova e i grandi uccelli d'oro ritornano là da dove è partito il vento che li ha generati. Seguili con le tue navi e giungerai a quelle terre favolose – diceva lo stregone del villaggio di Ulthar.

  • Queste sono le ossa del grande leviatano, ho visto spesso i segni delle sue mascelle sui relitti che vagano nel mare – diceva l'esperto pescatore – ma tu o mio principe non tentare l'ignoto, l'oceano nasconde terribili misteri.

Ma colui che ti osserva cosa mai avrà da mostrarti...? un dente di liocorno marino, lo scheletro di una sirena?

 

Lunghe sono le notti insonni del principe ormai sfinito dai dubbi: ci sarà davvero dietro l'orizzonte qualcosa che valga davvero tutto quanto ho perduto? L'amore, la fede, la gloria delle armi?

Ora l'infante vede l'uomo che osserva: - E tu uomo cosa mi vuoi dire? Sento da tempo il tuo sguardo su di me, mi segui e non parli, cosa vuoi dunque?

Da lungo tempo ti ho notato, parla, se hai qualcosa da dirmi...

  •  
    • Se me lo chiedi o grande Infante di Portogallo...so dell'ansia che ti divora e potrei esserti molto utile a questo proposito. Vieni domani alla mia barca, e avrai modo di comprendere.

Gli uccelli della scogliera dormono ancora quando il principe si reca all'appuntamento.

  • Eccomi marinaio – disse l'infante

  • sei mattiniero principe, ma non avevo dubbi e ti aspettavo

Il principe vide una barca: gli sfuggì un sorriso di scherno

  •  
    • non ridere di me o infante...questa barca basterà – disse il misterioso marinaio. Bevi da questa fiasca Signore: sarà un lungo viaggio e te lo renderà più leggero...

Beve l'ignaro principe e subito cade in un sonno profondo e quando si ridesta una lunga barba gli incornicia il volto, i vestiti sono logorati dalle intemperie.

  • E' stato un lungo viaggio Principe, ma giunto è il momento che tanto aspettavi: guarda oltre la prora e finalmente saprai... guarda infante Andrea, guarda cosa c'è oltre l'orizzonte...

COSA NON C'E'...Il mondo termina in un baratro sinistro, orrendo, dal quale sale il silenzio del nulla...

Si dispera l'infante Andrea; tutta la sua vita gettata via invano...nessuna terra di favola, nessun uccello dai piedi d'oro...nulla di nulla...per questo aveva rinunciato a tutto. Poi ad un tratto comprende guardando il volto sardonico dell'uomo, e gli si gela il sangue e sente come una lama affilata trafiggergli il cuore

  • La mia anima, la mia anima marinaio perché la realtà sia come come la sognavo!

  • Sia così...parola di principe contro parola di principe...guarda di nuovo infante Andrea.

L'orrido baratro era scomparso ...davanti alla prua della barca il mare si stende nero e minaccioso fino a toccare il cielo.

  • Sappi o principe che tutto ciò che hai sognato e laggiù: tutto...l'eldorado, le terre munifiche di Sarnath, la via delle Indie misteriose, terre oscure e strane che nemmeno la tua fantasia potrebbe immaginare.

  • - Allora dirigi la barca verso l'orizzonte o Principe delle Tenebre e che il grande viaggio abbia inizio!

  • Non ci sarà nessun viaggio Infante, poiché torneremo da dove siamo partiti: il tuo tempo è finito e appena giunti tu morirai...così sta scritto nel gran libro del destino e nemmeno io ho potere su ciò. Bevi dalla mia fiasca perché il ritorno sarà lungo: potrei parlarti di Cristobal Colon o di Hernan Magalhaes...di città immense dai nomi come Nuova York o Buenos Ayres...o di principi che si chiameranno Kennedy, e di grandi rivoluzionari chiamati Guevara...ma temo che questi nomi non ti dicano nulla. Non esser triste Infante non ti basta la gloria del precursore? Aver iniziato il cammino che altri grazie al tuo sacrificio potranno intraprendere con la certezza che tutto non sia solo un miraggio? O forse Infante Andrea dubiti della MIA PAROLA?

Il principe guardò un'ultima volta il mare mostro davanti a lui, una lacrima gli solcava il volto...comprese tutto ormai, bevve dalla fiasca offerta dal demonio consapevole d'aver dato speranza al mondo...

 

fine

 

 

 

LA MADONNA DEI CIECHI

 

Gieumo e Giastemma si guardavano in cagnesco. Avevano entrambi un freddo cane e la giubba di cuoio che indossavano non era certo d’aiuto.

“Ou Belin ammia ‘n peu se doveivimo ese de guardia niatri – disse Giastemma facendo seguire a questa frase una sequenza infinita di bestemmie – quande fa freido sempre a niatri tucca…ai scignori invece tucca sempre stasene con o cu ao cado davanti a-o foguà…ah ma se nascio n’atra votta…” “E ci mancherebbe ancora che tu rinascessi…tanto ti vae all’Inferno con tutte e giastemme che ti tii” rispose Gieumo ridendo a denti stretti.

“L’Inferno o no l’esciste…o l’è solo chi, in sce sta taera” disse Giastemma con fare di sentenza.

“Vabbè…te né accorgerai…quando Lucifero verrà a sbranarti!”

“Ammia de sto Lucifero non me interessa…spero solo che se proprio l’Inferno o deve esciste ghe segge ciù cado che chì!

I due tacquero. Si sentiva solo il battere ritmico dei loro denti. Non avevano potuto accendere nemmeno un piccolo fuoco per scaldarsi, il nemico non doveva sospettare della loro presenza.

Montebruno, in latinorum Castrum Montisbruni, era un piccolo paese nell’entroterra del genovesato. Un paese abitato da gente arcigna e perennemente a difesa di qualcosa. L’anno del Signore 1540 era stato un periodo duro: una carestia feroce, condita anche dalle avvisaglie del contagio che proveniva da Genova, aveva reso gli abitanti del piccolo borgo ancora più diffidenti verso gli estranei e quindi ancora più propensi a proteggere il proprio territorio.

“Oua mi diggo se l’ea o caxo de mette sciu tutto questo ambaradan pe difende ‘na statua. A saià anche a Madonna ma mia c’ha l’è proprio brutta!” – disse Giastemma tra se e se.

“Ti ho sentito Giastemma, e per una volta cerca di non essere blasfemo” – disse comparendo dal nulla Frate Gioacchino – “non conta che sia bella o brutta, conta il valore che ha per noi poveri mortali! Quando è apparsa al povero pastorello muto ha scelto un preciso punto e non sta a noi capire perché abbia scelto Montebruno. Sappiamo solo, perché questo ci è stato tramandato, che non può essere spostata dal suo sacro luogo. Non deve varcare i confini del nostro paese. Un motivo ci sarà…e non sappiamo neanche cosa possa accadere se essa venisse trafugata…e abbiamo anche saputo che avendo essa poteri taumaturgici sia molto ambita anche da altri paesi…e debbo affermare la verità anche da qualche altolocato cardinale in odor di simonia…da un nostro informatore c’è giunta voce di un possibile tentativo di ratto e per questo dobbiamo tenere gli occhi sottolineò Gieumo.

bene aperti”

“A mi, fratte, me se serran” – disse Giastemma – “son stanco e me son rotto o belin de fa a guardia…ho freido e famme. E me smangia da tutte e parti…non orriè esime acciappou quella bella maottia zeneize…c’han portou i spagnolli o armeno coscì dixan…”

“Ti prude da tutte le parti perché non ti lavi” disse il frate – “e puzzi peggio di una capra”:

“Ma non era un precetto del vostro Sant’Agostino che diceva di non lavarsi? - disse incuriosito Gieumo.

“Non mettertici anche tu…Gieumo, Giastemma stasera tocca a voi, domattina vi sarà dato il cambio da Peo e Luigin”.

“oh…l’ei serchè proprio adesci! Eh ?! Son ciù scemmi che lunghi …” disse ridendo Giastemma.

“Basta che mi diano il cambio fate venire un poco chi volete…e basta che non siano già ubriachi!” –

“Siete una cosa impossibile voi due..non vi va mai bene niente…intanto pensate a fare voi il vostro dovere…anche perché sce-o gotto ghe stae ben anche viatri! – rispose il frate.

“E orriè vedde! Co freido che fa se non bevescimo un gotto de vin g’aviescimo za o cu ziou!”.

Il frate indispettito voltò loro le spalle, aveva tante altre incombenze e si allontanò dai due per raggiungere il convento.

Il convento Benedettino era di là dall’antico ponte in pietra e sorgeva accanto al bel Santuario fatto costruire a memoria imperitura dell’apparizione della Madonna al pastorello.

Il frate faceva fatica a camminare tra i cumuli di neve, il gelo gli penetrava le ossa e certo immaginava i due poveri guardiani quanti lai potessero lanciare verso il cielo, ma non gli importava: lui doveva preservare la statua della Madonna Nera di Montebruno. Questo era l’ordine imperativo e non c’erano alternative. Il tentativo di furto che gli avevano prefigurato, e di cui era certo (aveva la sua rete d’informatori in curia), poteva avvenire in qualsiasi momento e tutti dovevano stare all’erta.

Nel suo penoso incedere verso la Chiesa pensava a quanto rovinoso sarebbe stato per l’immagine del paese perdere il proprio simbolo: Montebruno nelle sue mire doveva trasformarsi in una sede terribile. Quello sì che era un inverno! Da cinque giorni non faceva altro che nevicare e il fiume Trebbia era completamente gelato. Gli abitanti del borgo se ne stavano rintanati nelle loro case e il silenzio era sovrano. Si udivano in lontananza i muggiti delle povere vacche infreddolite e affamate e il ragliare dei pochi muli ancora vivi. Ai paesani piaceva molto la carne di mulo! Poi, in mancanza d’altro, sarebbe toccato ai topi…e via così finché non si sarebbe arrivati a mangiarsi tra esseri umani! Maledetta carestia, aveva già avuto il suo tributo di morti e presto inarrestabile sarebbe giunta la morte nera. Il frate si fece il segno della croce: non volesse Iddio che la falce della morte calasse su Montebruno, che ne sarebbe stato della Madonna Nera e del Libro? Come falchi i genovesi se ne sarebbero impadroniti e chissà in quali empie mani sarebbero finiti.

di culto, di pellegrinaggi e di devozione come aveva sentito dire avvenisse già in altri luoghi sacri. Ciò avrebbe consentito al paese di rendersi indipendente nei confronti della grifagna Genova che lui, piacentino di nascita, odiava con tutte le forze.

La prepotenza dei “zeneizi” era ben nota: per avere la statua avrebbero messo a ferro e fuoco il paesino e ucciso tutti. Erano gente senza scrupoli, avvezza al combattimento e che certo non avrebbe avuto paura di quattro contadinotti male in arnese. L’unica speranza era nella profezia che era contenuta in un libro che lui e i suoi confratelli tentavano da anni di decifrare senza riuscirci. Il libro era custodito in una teca all’interno del convento e poteva essere letto solo da pochi adepti. Molti frati per di più erano semianalfabeti e quindi tutto il peso della traduzione era sulle spalle dei fratelli più sapienti.

Fra Gioacchino era affascinato da quel libro che riteneva di valore ben superiore a quello della statua: una rozza rappresentazione della Madonna di legno nero che si diceva provenisse dal Libano. Ma per sua sfortuna così non la pensavano i panciuti cardinali di città: loro non temevano niente, né fame, ne freddo né malattie sempre col deretano al caldo, invece tenevano molto alla Madonna Nera di Montebruno.

Fra Gioacchino si fece portare una tazza di brodo di trippa caldo per riscaldarsi da quel freddo

Fra Gioacchino improvvisamente si accorse che le urla delle povere bestie erano alfine terminate: com’era possibile? Nessuno aveva portato cibo alle vacche…quel silenzio, se ce ne fosse stato bisogno lo gelò completamente. Troppo silenzio, qualcosa non andava.

Scese velocemente le ripide scale che dalle celle dei frati portavano al lungo corridoio del convento. Non incrociò anima viva, chiamo gli altri frati ma non ebbe risposta. Entrò tremante nel Santuario e con orrore vide che la statua della Madonna era scomparsa! Gli scappò quasi una bestemmia: che fine avevano fatto le guardie? Erano forse state uccise, oppure carichi di vino se ne stavano beatamente a russare invece di fare la guardia? Uscì furente dalla chiesa, oltrepassò il ponte e si reco al varco protetto dalle guardie. Un urlo lacerante uscì dalla sua bocca: i due contadini erano stati squartati e giacevano completamente immersi nel loro sangue.

Alle sue urla accorsero gli altri abitanti: li guardò con dolore, quella povera gente macilenta come avrebbe potuto combattere contro i malfattori?

Fu a quel punto che udì una risata. Si voltò e vide un

gruppo di scagnozzi che rideva a crepapelle mentre

si passavano l’un l’altro la piccola statua.

Li riconobbe: erano gente di Torriglia al soldo di qualche Patrizio genovese. Non avevano dovuto faticare ad avere la meglio sulle due improvvisate guardie. Il più grasso, che sembrava il capo, parlò: “Alloa fratte oua comme a mettemmo? A Madonna oua a l’è nostra…ti o sae, a mi non me ne frega ninte perché non creddo a-e vostre belinate, mi creddo solo a-e palanche, a-e donne belle grasse e a-o vin, ma son seguo che a Zena quarchedun o l’è ben disposto a pagame pe aveila…dixan che a l’ha … comme i ciammè? Poteri taumaturgici! Ou…se ti me paghi de ciù peu d’ase che te-a lascemmo…”

“E con quale denaro eh, brigante…pensi che se fossimo ricchi non avremmo chiamato a difenderla qualche lanzichenecco o qualche mercenario…sia-mo povera gente e per difesa abbiamo solo le nostre mani. La vedi questa gente, questi morti di fame? Hanno una cosa soltanto: la loro Madonna alla quale affidano il proprio destino e le proprie speranze”

“Mi viene quasi da piangere… - disse il bravo di Torriglia – voi frati la sapete lunga…e avete una lingua…pezo do staffì do boia! Ma ti mae stuffou e ou se n’anemmo coa vostra Madonna e se a vendemmo e poi beviemo a-a vostra salute!”.Il gruppo ridendo e cantando canzoni sguaiate si avvio verso i poveri muli che li avevano trasportati dal loro paese.

“Fermatevi in nome di Dio! – gridò il frate – non sapete quello che fate!”

“O semmo …o semmo ..” rispose il capo banda tirandosi giù i pantaloni e mostrando così il sedere al frate.

Il gruppo si allontanò a fatica, la neve rallentava il cammino, e i poveri paesani impotenti li guardavano maledicendoli. Portavano via la loro Madonna, il loro simbolo, a quali disastri sarebbe andato incontro Montebruno senza la sua protettrice?

Il frate si mise le mani sul volto: “Almeno avessimo tradotto il libro…forse lì ci potrebbe essere la soluzione…”. Guardò i due poveri morti e con gesto solenne li benedì. Sapeva che il Buon Dio, nonostante tutto, li avrebbe accolti in Cielo.

Intanto il gruppo di malfattori faticava non poco a raggiungere la strada principale, come se qualcosa d’arcano impedisse loro di fare più in fretta. Il capo non riusciva a spiegarsi quello strano torpore che lo aveva preso: poteva essere la stanchezza, l’aver mangiato poco o le ampie libagioni della sera prima ma non aveva mai sentito le gambe così pesanti.

Anche i muli erano irrequieti, scalciavano, s’impuntavano, non c’era verso di farli andare avanti.

Uno dei bravi dette un pugno sul muso della povera bestia e questa si abbatté sulla neve come fulminata.

Il capo la guardò stupito: com’era possibile…i muli sono bestie resistenti…come poteva un semplice pugno ucciderne uno? Il brigante, che di nome faceva Baldin, si accarezzo la barba incolta. Gli vennero in mente le parole del frate: e se fossero state profetiche? Lui diffidava degli uomini di Chiesa, non facevano nulla senza avere un tornaconto. Sapeva che si vendevano le antiche reliquie portate dai Crociati dalla Terrasanta e che per denaro avrebbe assolto persino il Diavolo in persona, ma le parole del frate, non c’erano dubbi, lo avevano turbato.

Ma non voleva farsi vedere dai suoi uomini impaurito: lui era Baldin il terrore della Val Trebbia. Si diceva avesse ucciso mille uomini e se anche ai più sembrava una panzana bisognava ammettere che era proprio un brutto ceffo privo di scrupoli. Non aveva esitato ad uccidere la madre: in un impeto di rabbia l’aveva squartata e aveva tirato fuori tutto l’intestino che poi aveva dato da mangiare ai cani. E tutto questo solo perché non gli aveva fatto trovare pronta la cena! Quest’aura leggendaria aveva fatto sì che tutti n’avessero timore: sia i poveri sia i potenti. E lui si sganasciava dalle risate: gli bastava digrignare i denti per far fuggire la gente impaurita e lui aveva così sempre donne, denaro e buon vino. Nessuno aveva il coraggio di non negargli niente. E lui questo lo sapeva.

Ma questa volta provava un sentimento di cui aveva sentito parlare ma che non aveva mai accusato in vita sua: LA PAURA!

Ebbene si: Baldin aveva paura. Si fermò ansimante e guardo il piccolo fardello contenente la Madonna. Come poteva una statua avere dei poteri? Lui sapeva d’apparizioni, di strionessi e di magie. Aveva sentito affermare che tante presunte bagiue erano state bruciate sul rogo, ma questa non poteva essere una stregoneria: si parlava della Signora, madre del Cristo non di una strega.

La piccola truppa arrancando si stava avvicinando al confine del paese. Baldin si accorse di essere seguito come in processione dai popolani di Montebruno. Vedeva distintamente il frate e si maledì per non averlo passato per le armi.

“Cose o pensa? De fame puia? Ehi, fratte...ammia che questa a no l’è na procession…stattene a-o cado che tanto mica te a rendo a Madonna…ciuttosto a bruxio!” urlò con il poco fiato rimastogli.

“E viatri… forsa che ghe semmo…da chi ‘n’peu semmo feua da questo paise maledetto…e via verso Torreggia a beive do vin bon…forsa galioti”

“Cappo – rispose uno dei briganti – me pa d’avei e gambe de legno…ghe quarcosa de strano”

“De strano che saià ‘n bregante morto appeiso a-o primmo erbo se no ti te mesci…forsa”.

“Cappo emmo puia…e se fise veo…se veramente questa statua a l’avesse di strani poteri?”

Baldin non lo fece finire: con un pugno in pieno viso lo fece crollare sanguinante sulla neve immacolata.

“o te piasce questo…potere… che invece g’ho mi..eh? sciu stanni sciu…e mescite…” Lo tiro su e lo girò: quell’uomo era morto. “Morto! Comme o mu …ma no l’è puscibile..pe ‘n pugno no l’è mai morto nisciun…”

Lasciò andare il corpo senza vita: gli altri uomini lo guardavano terrorizzati. Vedevano l’angoscia negli occhi del loro capo e non sapevano cosa fare.

“Forsa! Daeme chi a madonna…a porto mi…e veuggio ‘n peu vedde! ”.

Anche i paesani si erano fermati. Ormai erano vicini al cippo che segnalava l’inizio dei confini di Montebruno.

Baldin quasi di corsa, con le ultime forze varcò quella linea e con lui i suoi uomini. Si trovarono di là da quella linea immaginaria che solo gli uomini potevano concepire. Dall’altra parte i paesani con il frate li osservavano.

I briganti erano stremati. Baldin teneva stretta la madonna al corpo. C’era qualcosa che non andava: cos’era quel buio improvviso…come mai non riusciva più a vedere i suoi uomini e i suoi nemici?

“Cose succede…non veddo ciù ninte! Che strionesso mei faeto?”

Sentì qualcosa colpirlo: uno dei suoi uomini, anche lui cieco, gli era finito contro. “ Cappo anche mi son orbo, non veddo ciù ninte…o bello segnò coscì cao cose succede?

Tutti gli uomini che avevano varcato il confine si erano ritrovati ciechi, e barcollando cercandosi si scontravano fra loro. Baldin sentì la voce del frate: “te l’avevo detto figliuolo…la Madonna non può lasciare Montebruno…”

“Fratte, non lasceme coscì…te-a do inderè…non veuggio mui!”

“Hai la madonna tra le braccia riportala entro i confini del paese e forse potrò intercedere” – in realtà questa era poco più che una speranza, anche il frate non aveva capito bene cosa fosse accaduto. Il brigante con le ultime forze si trascinò carponi verso il paese seguito dai suoi uomini brancolanti nelle tenebre. Il frate prese il fardello dalle mani di Baldin. La Madonna era tornata a casa. Come d’incanto la nebbia che avvolgeva la vista dei mercenari svanì: avevano riacquistato la vista. Urlarono di gioia e si inginocchiarono implorando perdono. Il frate li guardò commiserandoli: gli facevano pena e lui doveva perdonarli e in cuor suo era felice d’aver capito qual’era il mistero che circondava la Madonna Nera. E aveva compreso bene quel che voleva dire il Libro. Non c’era più bisogno di cercare una traduzione i fatti erano stati ben chiari.

La Madonna puniva con la cecità coloro che volevano portarla via dal luogo dove era apparsa. Era un creatura legata a Montebruno e nessuno poteva portarla via.

Baldin restò, suo malgrado, per sempre coi suoi uomini e fino alla sua morte nei confini di Montebruno aiutando i poveri frati e la gente del paese. Non ebbe più il coraggio di uscire dai confini temendo di diventare di nuovo cieco e quando Iddio lo ebbe in gloria volle essere sepolto proprio sotto il cippo che delimitava il confine del paese.

Ancor oggi alcuni affermano di vedere il suo fantasma brancolante tentare di passare oltre. Invano. Ed è ancora tradizione il 15 d’agosto d’ogni anno svolgere una processione che va da un confine all’altro del paese guardandosi naturalmente bene da varcarlo.

FINE

 

 

I DUE FRATELLI “QUASI” GEMELLI

 

(Questa storia mi è stata raccontata da un prete)

 

I

 

Ettore nacque a fine gennaio del 1899, Emilio invece nacque a marzo del 1900. Poco più di un anno di vita li divideva. Ecco perché a Gorreto, il loro paese d’origine, li chiamavano i due fratelli “quasi” gemelli: ed in effetti erano uguali come due gocce d’acqua. Quando ebbero rispettivamente 17 e 16 anni si invaghirono entrambi di Teresa, la più bella ragazza del paesino. Ma, come a quei tempi era uso, la ragazza si promise in sposa al più anziano dei due, gettando così nello sconforto il povero Emilio che maledisse il fatto sfortunato di essere nato con un anno di ritardo.

Il destino beffardo però era in agguato. La prima guerra mondiale volgeva ormai al termine, eravamo nel 1918, ma lo Stato maggiore dell’esercito aveva bisogno d’uomini e così chiamò i ragazzi della leva del ’99: Ettore quindi dovette partire soldato. A quel punto ad Emilio la storia d’esser nato dopo non parve poi più così malvagia! Si evitava la guerra e le pene d’inferno che ne sarebbero seguite.

La guerra finì, ma Ettore non tornò: fu dato disperso dopo la triste ritirata di Caporetto.

Il paese pianse il suo eroe, Emilio si trovò solo e inconsolabile…ma dopo pochi mesi sposò la sua amata Teresa!

 

II

 

Teresa amava molto Emilio, ma nel suo cuore aveva lasciato un posticino per il ricordo d’Ettore. D’altronde non poteva fare troppe distinzioni tra i due tanto si somigliavano: ogni tanto, di nascosto, piangeva calde lacrime ricordando la promessa fatta ad Ettore di attenderlo e di non pensare ad altri uomini (Ettore infatti era gelosissimo) ma il destino crudele aveva fatto le sue scelte.

Grande fu lo stupore, un giorno d’ottobre del 1919, quando un uomo magro e sfinito giunse in paese: tutti stentarono a riconoscerlo, ma dopo averlo rifocillato riconobbero in lui l’eroe scomparso, Ettore.

Subito lui chiese di Teresa e del fratello Emilio. Tutti erano imbarazzati e tergiversavano finché il parroco Don Aldo trovò il coraggio di dirgli tutto: il matrimonio dei due ragazzi, l’attesa del primo figlio…

Ettore sorrise amaro, farfugliò qualcosa riguardo una promessa non mantenuta e si mise a piangere. Fu accompagnato alla vecchia casa dove Emilio lo accolse a braccia aperte, mentre Teresa, ormai divenuta sua cognata, quasi svenne per l’emozione.

 

III

 

Passarono i giorni tranquillamente: Ettore si stava riprendendo e ben nascondeva i suoi sentimenti ed Emilio era troppo felice d’aver ritrovato suo fratello quasi gemello per accorgersi di qualcosa. Ettore non fece mai cenno a Teresa dell’antica promessa, finché una sera, rimasto solo con Teresa, le parlò:

“ Vedi Teresa, in guerra ho visto cose che non puoi nemmeno immaginare, ho imparato a FARE cose che nessun uomo normale riuscirebbe neppure a concepire… “

Teresa ebbe solo il tempo di accennare ad un sorriso che si ritrovò con la gola squarciata da un fendente. In un rantolo spirò, senza avere nemmeno il tempo di capire. Ettore col coltello le aprì il petto e ne estrasse il cuore. Lo guardò, lo baciò e lo avvolse in uno straccio bagnato. Nascose il corpo della donna in cantina ed attese il ritorno dai campi d’Emilio preparando la cena.

 

IV

 

Emilio stanchissimo tornò a casa all’imbrunire e chiese, sconcertato nel non vederla, di Teresa. Emilio si inventò su due piedi una scusa plausibile: era andata a trovare un’amica malata.

Emilio non aveva ragione di non credere al fratello quasi gemello. I due si accomodarono a tavola. Alla luce della candela Ettore servì la cena: - Spero ti piaccia – disse – è una ricetta che ho imparato in guerra: cuore di manzo con patate…”

Emilio gustò il piatto, invero era una delle cose più buone che avesse mai mangiato. Poi Ettore parlò: - Buono vero? Morbido e gustoso…non come quello che si mangiava in trincea…sai il cuore degli austriaci è così duro! Questo invece era tenero e dolce come il cuore di una DONNA…che non mi ha aspettato, ma molto mi ha amato…e da buoni fratelli dobbiamo dividere tutto no?!… -

Emilio capì. Inizio ad urlare. Urlò molto. Il prete dice di sentire ancora le sue urla nelle orecchie. Finì i suoi giorni in un manicomio. Ettore non fece nessuna resistenza quando lo arrestarono, disse solo una frase ironica rivolta al Maresciallo: “ Trattare così un eroe di guerra…siete davvero senza CUORE!” .

 

poesie

 

 

 

 

Gatto in un atto

 

Gatto entra in scena

E solleva il sipario del mio lenzuolo

Entra morbido e profumato

E di fusa riempie il silenzio

 

Il suo atto unico compone ogni giorno

Sempre eterno

E di sogni riempie gli occhi

Come di viaggiatore nei profondi abissi

Dei suoi pensieri nascosti

 

Di puro incanto il suo sguardo si perde

E ritrova la sua Sherazade di mille e più notti

Volando sul tappeto

Al suo misterioso richiamo

 

Gatto in un atto

Unico interprete

Silente e arcano

Notturno viaggiatore

 

 

 

 

 

 

 

La tomba

 

Dedicato a Lorenzo Stecchetti

 

Il grande verme circonda le fredde ossa

La mia amata giace immota e gelido è il suo bacio

Le occhiaie in cui un tempo splendeva il mare

Presto vuote saranno e il cremore di putrefazione

Trasparirà inquieto

Nausee mi prendono e lascio la fredda stretta

Orsù mi dico la morte è gentile

Ma non basta il pensiero a lenire l’orrore

Che attanaglia il mio cuore

Il richiamo della tomba il richiamo della morte

Perché non son morto io e tutto

Questo peso devo sostenere?

Lo sguardo degli amici raggelato

Nelle gole hanno strozzato il pianto

Ma lor non vedono quel ch’io vedo

L’orrore supremo in cui credo

Il verme conquistatore che si nutre della mia sposa

 

Che nella spaventosa tomba ormai riposa!